Poesia

MIO FRATELLO

Per me sei stato il male assoluto,
nell'incubo di te sono cresciuto.
Io lo dicevo a casa che eri pazzo,
ma a nessuno fregava un cazzo.

Ricordo le botte, le prevaricazioni:
eri proprio una rottura di coglioni.
Ti ricordi mi bloccasti a una sedia?
Ma la tua era solo una commedia.

Quando da grande ti ho abbandonato,
tu ci sei di certo rimasto seccato.
Per un poco poi hai vissuto lontano,
ma stavi male, era proprio un pantano.
A mamma dicevi che eri malato,
lei ti ha accolto e non certo scacciato.

Così purtroppo con me ti sei ritrovato,
Avevi tutto, persino più di me successo.
Ma perché hai buttato tutto nel cesso?
Ed anche tu, come papà, ti sei suicidato?
Per il male che hai fatto non ti perdono,
nemmeno ora che ho capito chi sono.
Quando vado da mamma al cimitero,
nemmeno passo dal tuo loculo, vero?

Il tuo lancio dal ponte mi ha dato libertà.
È triste da dire, ma questa è la realtà.
Ormai sei già un capitolo chiuso.
Per finire, sappi che di nulla ti accuso.

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Ecco una scena teatrale a due voci nata dalla poesia “Mio Fratello” e da quanto ho vissuto con lui, intensa ma naturale. Fa riferimento ad episodi e situazioni reali. Lo stile è semplice e diretto, come la poesia. Il tono oscilla tra sfogo emotivo e riflessione, con qualche pausa per dare respiro.

Titolo: “Il Ponte e la Sedia”


Personaggi:
IO – uomo segnato, diretto, riflessivo.
AMICO – presente, ascolta con rispetto, interviene con sensibilità.

(Luce fioca. “Io” è seduto a un tavolo, una stampa della poesia davanti. La stanza è silenziosa. Entra l’Amico.)

AMICO
Oh, sei qui. Tutto bene?

IO
Sì, ti aspettavo. Ho appena finito di scrivere una cosa.

AMICO
Oh, stai scrivendo?
Cos’è quella faccia? Hai appena finito qualcosa di grosso?

IO
(ridacchia, stanco)
Altroché.
Ho scritto una poesia su una delle cose più schifose della mia vita.
E funziona.
Funziona davvero.
Dimostra che posso scrivere una poesia bella, significativa…
anche sul peggio.

AMICO
Sul peggio? Tipo cosa? Non dirmi che ti sei messo a scrivere su… Hitler?

IO
L’ho già fatto. E pure bene.
Ora sono andato oltre.
Il peggio non è la storia.
Il peggio per me è stato mio fratello. Quello di mezzo.
Non il grande. Io ero l’ultimo, il più piccolo.

AMICO
(serio, colpito dal tono)
Mmm… non ne parli mai. Ma da come lo dici…

IO
Io da piccolo a mia madre glielo dicevo che era pazzo.
Pazzo.
Ma niente.
Pure all’altro mio fratello non gliene fregava un cazzo.
Lui era più grande, usciva con gli amici o se ne stava sempre per i fatti suoi.
E io?
Io restavo in casa con questo fratello.
Lui mi comandava.
Mamma lavorava tutto il giorno. Lui era il padrone.
Mi faceva fare tutto. Anche il caffè, ogni santo giorno.

AMICO
Ti trattava come un domestico?

IO
Come uno schiavo.
Era un continuo. Ordini, minacce, prepotenze.
Picchiava, urlava. Si credeva il capo.
E io avevo paura, ero piccolo.
Ero solo.

AMICO
(pausa breve, poi cauto)
Ma tua madre non si accorgeva di niente?

IO
Non voleva vedere.
E io… glielo dicevo.
Ma niente.

AMICO
C'è un episodio che ti è rimasto più addosso?

IO
Altroché. Uno che nasce da un episodio insignificante.
Una volta ero adolescente, mamma perde dei soldi.
Era una banconota da 50 o 100 mila lire, adesso non ricordo.
Adesso varrebbero quasi poco ma all’epoca erano una buona cifra.
Lui subito pensa che sia stato io.
Dopo che mamma se ne era andata e siamo rimasti soli.
Mi blocca su una sedia.
Ore. Le braccia costrette sulle cosce.
Mi tortura, con lo sguardo, con la voce.
“Confessa, confessa, sei stato tu”.
Io piango, dico che non sono stato io.
Ma niente.
Alla fine cedo.
Gli dico di sì, che li ho spesi per fare un regalo a una ragazza.
Una bugia, pur di liberarmi.

AMICO
E poi?

IO
Il giorno dopo…
Mamma ritrova i soldi.
Li aveva spostati lei ma se lo era dimenticato.
E lui, sai che ha fatto?
Muto.
Nessuna scusa.
Non mi ha nemmeno guardato in faccia.

AMICO
(sconvolto)
Ma… e gli altri? Tua madre, tuo fratello maggiore?

IO
Silenzio.
Indifferenza.
E a nessuno fregava niente.
Anzi era più apprezzato di me.

AMICO
E da grandi?

IO
Ci siamo persi di vista.
Lui era in Germania, emigrato.
Poi ha cominciato a dire che stava male, che era depresso.
Nevrosi, cliniche psichiatriche…
Alla fine è tornato in Italia.
I fatti, come vedi, mi hanno dato ragione.
Quello che io vedevo da bambino… era vero.

AMICO
(forte)
Si è ammalato sul serio?

IO
Sì.
Ma non certo per colpa mia.
A me ha fatto solo del male.
Io non lo perdono.
Non lo odio, ma non lo perdono.

AMICO
E com’è finita?

IO
Come mio padre.
Si è suicidato.
Ma lui non lo ha fatto vicino casa.
Lui… si è lanciato dal ponte della città famoso per i suicidi.

(Silenzio. L’Amico cerca qualcosa da dire.)

AMICO
Dev’essere stato… liberatorio scrivere questa poesia.

IO
Lo è stato.
Nella poesia dico:
“Il tuo lancio dal ponte mi ha dato libertà.
È brutto da dire, ma questa è la realtà.”
Io aggiungo, ma non ci stava nel verso, che è anche triste in fondo.

AMICO
Fa male, ma è vero.
E adesso? Dopo averla scritta?

IO
Ora lo so:
non voglio averci niente a che fare.
Nemmeno adesso che non c’è più.
Quando vado al cimitero da mamma,
non passo dal suo loculo.
Nemmeno lo guardo.

AMICO
Ma gli auguri comunque pace?

IO
Sì.
Pace per lui come per tutti ma…
Lontana dalla mia.

AMICO
Ma non hai fatto niente per impedire che si uccidesse?

IO
No, lo evitavo. Un poco, visto che stava male, mi dispiaceva per lui.
Addirittura una volta piansi vedendo le controindicazioni sul bugiardino di un farmaco che prendeva.
Però non lo tolleravo, era più forte di me.
Sapevo che era sbagliato, ma non potevo farci niente.

AMICO
Capisco il tuo senso di colpa.

IO
All’inizio no. Credevo che la sua fosse solo una commedia.
Rimasi sorpreso quando si uccise, non credevo potesse arrivare a tanto.
Se ci rifletto… spero che almeno Dio mi abbia perdonato.
Perché io… anche se sono in pace con me stesso,
in qualche modo non me lo sono perdonato.

(Luce si abbassa. “Io” guarda il foglio della poesia, lo piega lentamente. L’Amico si siede con lui in silenzio.)

FINE